Nel tornare a valle.
Terzo giorno di missione in un paesino di quaranta anime sperduto nelle Highlands occidentali.
Terzo giorno. Piove, grandina. Vento a 40mph. Massima +1°C. Mare in burrasca.
A queste latitudini, albe e tramonti corrono veloci, separati solo da 6 ore di luce.
Nel piano della missione, già da due giorni avremmo dovuto salire a quota 800 metri sulla costa “oceanica” di una montagna per installare apparecchiature su un traliccio precedentemente costruito e alimentato da una mini turbina eolica.
In questa finestra temporale oggi sarà l’ultimo giorno disponibile, poi ci aspettano quattrocento miglia per tornare a Edimburgo. Da giorni tutto è pronto per l’ascesa, l’attesa è snervante.
Mi sveglio prima dell’alba e noto che non piove. Con pigiama, scarponi e tazza di caffè esco sulla spiaggia. I pescatori stanno attraccando.
Vai, oggi è il giorno giusto per l’ascesa. Chiamo gli altri e prepariamo tutto.
In un piccolo villaggio tutti parlano, tutti sanno, tutti danno una mano.
A casa nostra arriva un tizio che vuole aiutare, si presenta con un rutto e un “aspettatemi, torno subito”. Si rifà vivo in versione mimetica su d’un incredibile mezzo anfibio a 8 ruote indipendenti, su cui carichiamo svariate antenne e l’equipment pesante tra cui una batteria da camion pesante quanto me.
Il ragazzo del rutto tesse le lodi del mostro con le ruote, mentre saliamo per un sentiero di roccette e fango. Domino a fatica il suo possente accento. Lui manovra mille leve, io mi concentro per non vomitare l’anima.
A ogni sbalzo del veicolo cerco di rimanere aggrappato alla vita, rappresentata da una cinghia a cui mi tengo. Ci fermiamo e carichiamo tutto in spalla, l’ultima mezzora di cammino la facciamo a piedi.
Installiamo tutto.
Torniamo a valle.
Al caldo m’asciugo. I locali mi porgono l’ennesimo bicchiere di wisky, sanno benissimo che non ne bevo ma forse questo è il loro modo di ringraziare. Appena mi siedo a configurare il collegamento, m’accorgo d’aver fatto un’errore idiota nel software che gestisce il traliccio. Non riesco più a controllarlo via radio e per qualche motivo nemmeno la procedura d’emergenza che avevo previsto funziona. L’unica è tornare sul luogo e fare un “reset” manuale della scheda.
La tabella delle effemeridi dice che mancano tre quarti d’ora al tramonto.
Adesso o mai più.
Rimetto scarponi, ghette e guanti. Altri 800 metri di dislivello.
Mentre penso a quanto è sensuale una montagna innevata a strapiombo sull’oceano appare Nick, altro indigeno misterioso (e anche lui ben poco sensuale), che si offre di andar su con me.
Dopo un avvicinamento interminabile nel fango, l’amico sherpa non ce la fa più.
È ormai buio, zero gradi e piove.
Gli dico di fermarsi lì, prendo torcia e radio e faccio le ultime centinaia di metri d’ascensione da solo, sul versante della montagna che da sul mare, percui in netto controvento.
Grandina e respiro pioggia.
Sprofondo nel fango.
Arrivo al traliccio, strappo una fascetta coi denti, riattacco un cavo e riscendo.
Nick dal basso si fa notare usando come fievole faro la luce del suo cellulare, lo raggiungo alla roccia a cui ci siamo dati appuntamento. Dalle case laggiù devono aver visto le torce agitarsi sul versante della montagna. Gli indigeni si preoccupano e consultano tra loro, così quando arriviamo all’inizio del paese troviamo un’auto con i fari accesi ed un signore ad aspettarci. “Volevo controllare che andasse tutto bene”.
Nel tornare a valle, sono felice d’esser qui.
Posted at 23:31




per i “tennici”: presente quando fai flush di iptables senza guardare la default policy? E presente quando metti un reboot in crontab senza prima controllare che l’ora di sistema sia corretta?
Comment by mino — 27 January 2008 @ 23:38