Di biciclette, barche e mostri a 8 ruote.
Quarta missione nelle Highlands per il mio progetto.
Volevo installare un piccolo traliccio su un isolotto nell’oceano, così scopriamo che di recente è stato comprato da un misterioso miliardario argentino, il quale ci consente di fare (gratuitamente) quello che vogliamo. La sua è un’isola al cubo: pochi ettari di nulla separati da un’isola più grande separata essa stessa dalla Gran Bretagna.
Prima di salpare per poche miglia di mare su d’una barchetta di legno, il lupo di mare al timone mi chiede se so nuotare. Dico di no, pensando alla temperatura dell’acqua, ai guanti e agli scarponi ai piedi, ai due maglioni che indosso sotto la giacca in Goretex, allo zaino pesantissimo con un’antenna legata sopra.
Ma nessuno ci fa caso, tanto di giubbotti salvagente non ce sarebbero comunque.
Il giorno successivo qualcuno mi offre un passaggio sul solito minaccioso veicolo anfibio ad 8 ruote. Stavolta siamo troppo carichi, e devo resistere un’ora in piedi fuoribordo, aggrappato alla meglio mentre il mostro si mangia come niente fosse un sentiero di rocce e fango.
E fu sera e fu mattina, e ci trovammo sulla minuscola banchina sull’oceano ad aspettare uno sgangherato traghetto. Massimo quattro macchine alla volta (non c’è rischio, siamo soli) che vengono caricate rigorosamente a spinta. Inutile chiedere ricevuta agli scafisti, le poche parole in inglese che conoscono sono per dirmi che - se ne avranno voglia - l’ultima corsa è alle sei.
Giorni di lavoro durissimo rallentati da tante piccole sfighe: rompo un connettore in cima a una montagna e mi rendo conto di aver lasciato il ricambio in paese. Faccio esplodere un alimentatore attaccando per errore 220V al cavo sbagliato. Dei ben tre multimetri che ho a disposizione presto mi rendo conto che: uno non ha più batteria, l’altro è analogico, l’ago storto e ha probabilmente la mia età, l’ultimo non riesco - in cinque giorni - a capire come diamine si accenda.
Ma, all’ora del tramonto, qualcuno mi presta una bicicletta.
Un bambino annoiato vuole venire con me, mi segue con la sua.
La strada, monocorsia vagamente asfaltata, corre lungo la spiaggia di sassi.
Ci sbracciamo per allontanare il gregge di daini fermo in mezzo alla carreggiata.
Pedaliamo con calma. Non piove, non ho fretta.
Alta marea, niente vento, persino il freddo sembra passato.
E così pedalo, scherzando con l’amico di 9 anni, prima di ripartire per 460 miglia verso sud.
Posted at 16:41

















Che invidia… La prossima volta voglio venire anche io!!!
Comment by Rebe — 15 April 2008 @ 17:03