Parole, per i lontani.

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27 January 2008

Nel tornare a valle.

Aiuti meccanici. Il traliccio finito.


Terzo giorno di missione in un paesino di quaranta anime sperduto nelle Highlands occidentali.

Terzo giorno. Piove, grandina. Vento a 40mph. Massima +1°C. Mare in burrasca.
A queste latitudini, albe e tramonti corrono veloci, separati solo da 6 ore di luce.
Nel piano della missione, già da due giorni avremmo dovuto salire a quota 800 metri sulla costa “oceanica” di una montagna per installare apparecchiature su un traliccio precedentemente costruito e alimentato da una mini turbina eolica.

In questa finestra temporale oggi sarà l’ultimo giorno disponibile, poi ci aspettano quattrocento miglia per tornare a Edimburgo. Da giorni tutto è pronto per l’ascesa, l’attesa è snervante.
Mi sveglio prima dell’alba e noto che non piove. Con pigiama, scarponi e tazza di caffè esco sulla spiaggia. I pescatori stanno attraccando.
Vai, oggi è il giorno giusto per l’ascesa. Chiamo gli altri e prepariamo tutto.

In un piccolo villaggio tutti parlano, tutti sanno, tutti danno una mano.
A casa nostra arriva un tizio che vuole aiutare, si presenta con un rutto e un “aspettatemi, torno subito”. Si rifà vivo in versione mimetica su d’un incredibile mezzo anfibio a 8 ruote indipendenti, su cui carichiamo svariate antenne e l’equipment pesante tra cui una batteria da camion pesante quanto me.

Il ragazzo del rutto tesse le lodi del mostro con le ruote, mentre saliamo per un sentiero di roccette e fango. Domino a fatica il suo possente accento. Lui manovra mille leve, io mi concentro per non vomitare l’anima.
A ogni sbalzo del veicolo cerco di rimanere aggrappato alla vita, rappresentata da una cinghia a cui mi tengo. Ci fermiamo e carichiamo tutto in spalla, l’ultima mezzora di cammino la facciamo a piedi.

Installiamo tutto.
Torniamo a valle.

Al caldo m’asciugo. I locali mi porgono l’ennesimo bicchiere di wisky, sanno benissimo che non ne bevo ma forse questo è il loro modo di ringraziare. Appena mi siedo a configurare il collegamento, m’accorgo d’aver fatto un’errore idiota nel software che gestisce il traliccio. Non riesco più a controllarlo via radio e per qualche motivo nemmeno la procedura d’emergenza che avevo previsto funziona. L’unica è tornare sul luogo e fare un “reset” manuale della scheda.

La tabella delle effemeridi dice che mancano tre quarti d’ora al tramonto.
Adesso o mai più.
Rimetto scarponi, ghette e guanti. Altri 800 metri di dislivello.

Mentre penso a quanto è sensuale una montagna innevata a strapiombo sull’oceano appare Nick, altro indigeno misterioso (e anche lui ben poco sensuale), che si offre di andar su con me.
Dopo un avvicinamento interminabile nel fango, l’amico sherpa non ce la fa più.
È ormai buio, zero gradi e piove.
Gli dico di fermarsi lì, prendo torcia e radio e faccio le ultime centinaia di metri d’ascensione da solo, sul versante della montagna che da sul mare, percui in netto controvento.

Grandina e respiro pioggia.
Sprofondo nel fango.

Arrivo al traliccio, strappo una fascetta coi denti, riattacco un cavo e riscendo.
Nick dal basso si fa notare usando come fievole faro la luce del suo cellulare, lo raggiungo alla roccia a cui ci siamo dati appuntamento. Dalle case laggiù devono aver visto le torce agitarsi sul versante della montagna. Gli indigeni si preoccupano e consultano tra loro, così quando arriviamo all’inizio del paese troviamo un’auto con i fari accesi ed un signore ad aspettarci. “Volevo controllare che andasse tutto bene”.

Nel tornare a valle, sono felice d’esser qui.

Posted at 23:31
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23 January 2008

Quando piove e tira vento.

Pontile sul Forth, Gennaio 08. Zaino in spalla.
Sacco a pelo.
Macchina fotografica.
Scarponi e mantella.
Portatile e GPS.
Antenne e moduli radio.
Qualche bottiglia di vino.

C’e’ tutto.

Vado, di nuovo, per alcuni giorni nelle Highlands a lavorare sulla “rural wireless network” che è la base degli esperimenti della mia tesi. Le previsioni del tempo danno venti a 50mph (80km/h) e massime di 8-10 gradi.
Sulla pioggia non si sbilanciano, meglio così.

Posted at 02:48
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20 January 2008

La fine di tutto e molto oltre.

Skype

C’è una famosa (e particolarmente abusata) frase di Henry Ford che dice “c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.

Se all’alba del 2008 persino il Pataciccio e la Chico sono riusciti a videochiamarmi via skype, allora sì.
Ora sì che il mondo è pronto al suo futuro.

Posted at 23:22
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19 January 2008

Lettere aperte.

Università di St. Andrews, novembre 2007. Caro il mio studentello cinese, se ti chiedo un “transcript” dei tuoi esami, è evidentemente sottointeso che debba esser in Inglese. Non in ideogrammi della tua accidenti di lingua che mi piacerebbe imparare. La tesi vai pure a farla da qualcun’altro.

Caro il mio studentello indiano, che non sai nulla di C e che ignori cosa sia BGP, grazie d’aver fatto domanda lo stesso per una tesi che richiede “strong knowledge of network programming”.

Cari i miei studentelli scozzesi, ma come diamine è possibile che dopo 3 anni di università non sappiate chi è Dijkstra e cosa un problema NP-completo?

Caro ufficio britannico per il canone TV, è inutile che continui a mandarmi lettere minatorie sempre più inquietanti come quest’ultimo “rischi multa e sei mesi di carcere se ti becchiamo a usare una TV nel tuo appartamento. Verremo a verificare lunedì.”.

Cara British Telecom, non so quale motivo ti abbia spinto a recapitarci una bolletta da 253 pound per una linea telefonica che non abbiamo. Ma soprattutto, non riesco a non ridere nel farvi notare che il mio cognome non finisce con la “a”.

Caro impiegato della Security, che senza di te il mondo sarebbe allo sbaraglio e che mi osservi mentre posteggio l’auto con le quattro freccie e un’insegna “sto scaricando roba pesante”. Invece che illustrarmi il significato dei cartelli di divieto di sosta mentre sotto la pioggia scarico 4 parabole da 2 metri di diametro potresti darmi una mano.

Cordiali saluti.

Posted at 15:27
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17 January 2008

Sul jogging e sul pensiero laterale.

Edinburgh vista dal Royal Observatory. Mino, 11/2007.

Pausa.
Urge una pausa, libro chiuso.
Chiuso il libro è partito il cronometro.
Cronometro, le scarpette, la felpa “Masnago” con la testa nel cappuccio. E giù per le scale e passo il portone.
Scendo per Marchmont road.
E passo il portone nel cappuccio, e sono zero gradi ed è buio fuori dalla testa, ma corro forte.
Attraverso i Meadows coperti di brina.
E corro forte ed è buio fuori, ma mi piace, e sono solo, e mi sorpassano solo biciclette.
Salgo verso Greyfriars.
E le biciclette mi sorpassano, ma ora è salita, ed ora sono solo, ed è di colline in salita la città.
Scendo in Grassmarket.
E bagnata la città e piovosa ma almeno non ora, e il fiato manca, e il cuore pure, e la testa pensa.
Giro su Lothian Road.
E pensa la testa, sulla collina in salita, e al semaforo rosso vuole staccare, e non saltello sul posto, e pensa, e fa freddo.
Raggiungo Morningside.
Freddo, al semaforo rosso, e mi sorpassano solo biciclette, e sono zero gradi, ed è buio fuori, e non voglio tornare indietro al cronometro, e al libro.
Portone. Scale. Porta. Doccia bollente.
Ed era buio fuori, e sono sono tornato indietro al libro.
Al libro riaperto e il cronometro s’è fermato.
Fermato il cronometro urgeva una pausa.
Pausa.

Posted at 03:38
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14 January 2008

I cieli di chi guarda giù.

Nuvole, estate 2006.“Clouds are painting our days
with all the dark tones of grey”
[A Letter for Sally - Clouds]


Nuvole sotto e solo cielo sopra, nel nostro mondo alla rovescia.
Da qui le montagne son basse, i mari piccoli.
A tagliare pianure, lunghe linee nere sono i binari.

Nel nostro mondo d’alta quota mascheriamo il freddo e la scarsità d’ossigeno.
Quasi immersi nel vuoto, solo venti più lenti di noi.
Diventiamo stelle, con le nostre luci di navigazione.

In un mondo d’aerei, la terra è solo un’eventualità programmata.
Città ridotte a sigle di tre lettere maiuscole.
Niente dogane e niente confini per chi ci passa sopra.

Solo nuvole dipingono i cieli di chi torna a casa.
Nuvole come sipario per lo spettacolo di 43 ore e 20 minuti passati in Italia.
Ore riempite al massimo di incontri e abbracci. D’amici.

Restrizioni di peso, per chi tutti vorrebbe portare con sè
in cieli al plurale nella singolare solitudine di chi accumula miglia.
Non è mai tempo di fermarsi, per chi con l’orologio insegue fusi.

Decolliamo.
Ma nemmeno da quassù l’orizzonte ci basta.
Solo nuvole dipingono i cieli di chi guarda giù.

Posted at 18:58
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11 January 2008

Vecchio scarpone.

Vecchio scarpone. Il mio. “Lassù, fra le bianche cime
di nevi eterne immacolate al sol,
cogliemmo le stelle alpine
per farne dono ad un lontano amor!”
[Vecchio scarpone - video capolavoro]


Sei mio da dodici anni.
Sei cresciuto insieme al mio piede. Mai una fiacca.
Non hai mai fatto imprese epocali, al massimo sei salito a 4061 metri.
Hai calpestato la sabbia di una spiaggia.
Rocce e roccette.
Il legno grezzo di tanti rifugi in cui ti sei riposato.
Ghiaioni a cento all’ora per non rimanerci sotto.
Neve e ghiacciai. Scivoloni.
Erba e terra, tanta terra. Dentro e fuori.
Il tuo cuoio ormai è tutto fuorchè impermeabile, ma di pioggia ne hai presa tanta.
T’ho stretto in ramponi non miei.
M’hai tenuto stretto a piccoli appigli in tante belle ferrate.

Caro vecchio scarpone, perdonami se stasera ti declasso a “bagaglio a mano” in uno zaino pieno.
Domani non far caso ai raggi X.
Non alle 3 ore di volo.
Domenica ti regalerò un bel paio di ciaspole, e saliremo all’Alpe Devero, in 13 sulla neve fresca.

Ti prego, non abbandonarmi proprio ora.

Posted at 23:39
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9 January 2008

Vintage

Radio Nurse. Piccola chicca dal libro sul “radio licensing” che sto studiando.
Ecco un esempio di trasmissioni radio senza licenza che risale al Luglio 1938.
Quello della “radio nurse” è un concept che non è cambiato più di tanto, in 70 anni.
Anzi, il design di quel coso sarebbe un grande successo.
Vabbe’, torno alla lettura.

Posted at 17:13
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8 January 2008

Lettere non spedite.

Lago di Ginevra, Capodanno 2008. “Ciao.
Metà pomeriggio qui nella hall “del silenzio”.
Centinaia di persone siedono per terra ad ascoltare nessuno che parla.
La mia testa corre da un pensiero ad un’altro, contenta di non riuscire a rimaner vuota.
Troppo caldo qui, e troppo difficile la digestione dell’ennesima scatoletta di baked beans, percui approfitto di una sedia vuota tra una vecchia francese e una giovane polacca per scriverti qualche riga.
Qui la storia, quella con la minuscola, si ripete.
Un anno fa’ era lo stesso: nella “hall del silenzio” facevo il punto di quello che non m’andava giù.
Dopo dodici mesi, dopo un numero interminabile di aerei, una lettera di dimissioni, una nipote e una project proposal, sono sempre qui, solo, a usare questo arbitrario riferimento temporale dell’ultimo dell’anno per capire cosa non va e cosa voler fare.
Premesse da anni uguali, domande che han girato i pavimenti delle fiere di mezz’Europa, propositi sempre rinviati.
Eppure quello che non va è fin troppo chiaro.
È quello che funziona, che è difficile da capire.
Te ne scriverei.”

(31/12/07, 16:03, Genève Palexpo)

Posted at 01:49
2 comments.

6 January 2008

Allegare.

Allego qualche foto del capodanno di Taizè.
Inoltre, ci sono anche quelle di mannuc.

Neon Avanzi
De noche iremos... Losanna, cattedrale.
Black dog, White dog Code
Croix rouge et croissant rouge Treni, speciali
Pappa Ginevra porto
Skyline Statue

Posted at 17:42
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